La storia di un successo nato dal dolore
Dagli spalti Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima.
Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba.
Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente.
La Pulga, la pulce, è il suo soprannome.
Ha la statura e il corpo di un bambino.
Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere.
Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava.
E Leo restava piccolo.
Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l’ormone della crescita era inibito.
Messi era affetto da una rara forma di nanismo.
Con l’ormone della crescita, si bloccò tutto.
È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente.
Proprio nell’età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe, si arresta.
Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni.
Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L’unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell’ormone “gh”: anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno.
Si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l’una, da fare tutti i giorni.
Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d’ora in avanti l’unica strada.
Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga.
Durante una partita, lo intravede un osservatore.
Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale. Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo.
È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto.
Il Barcellona ci crede in quell’eterno bimbo.
Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato.
Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia.
Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l’assistenza medica necessaria.
Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d’inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque.
Le cure però spezzano in due.
Hai sempre nausea, vomiti anche l’anima.
I peli in faccia che non ti crescono.
Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni.
“Non potevo permettermi di sentire dolore”, dice Messi, “non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto”.
Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa.
Ogni centimetro acquisito una sofferenza.
Nessuno sa davvero quanto misuri adesso.
Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto.
Fatto è che nessuno riesce a stargli dietro.
Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta.
Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta.
È imprendibile.
Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa.
Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un’epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt’uno con quel movimento diseguale ma armonico.
In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa.
Senza più separazione, distanza.
È lì, e non si può vivere senza.
E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo.
Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria.
La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola.
Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza.
Solo che Messi non lo sa.
Ed è per questo che è il più grande di tutti.
By Roberto Saviano 2009
P.S. Esistono situazioni in cui l’impossibile diventa possibile. Occorre forza di volontà, dedizione, impegno, sacrificio, sofferenza. Forse se avessimo la voglia di ritornare ai veri valori, quei valori che per millenni hanno permesso all’uomo di progredire e di creare benessere e che non sono mai mutati riusciremmo ad uscire da questa crisi.

sabato 14 marzo 2009 22:31
belle qst righe, bellissimo se le potessero leggere tutti.ciao mauro
giovedì 19 marzo 2009 02:01
Questa tua passione per il calcio mi e’ nuova !!
E’ una storia molto interessante da tenere presente per un futuro migliore.
Ciao